Incontro (28.8.2021 ore 21) con Emanuele Trevi, vincitore del premio Strega 2021

L’amicizia, il racconto delle emozioni e la possibilità di nascere di nuovo

Data:
28 Agosto 2021 21:00 - 28 Agosto 2021 21:00
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(Emanuele Trevi è giornalista, scrittore e critico letterario; ha vinto ilpremio Strega di quest’anno con il libro “Due vite” edito dalla casa editrice Neri Pozza dove racconta la storia della sua amicizia con due giovani scrittori scomparsi prematuramente: Rocco Carbone e Pia Pera. È autore di libri intensi e belli come “Il popolo di legno” di Einaudi, “Il libro della gioia perpetua” di Rizzoli, “Il viaggio iniziatico” edito dal Festival della mente. E molti altri fra cui “Sogni e favole” (Ponte alle grazie) e “I cani del nulla” (Einaudi).

È scrittore dallo stile seducente, che ama scrivere storie che parlano di
altre storie. Raccontare miti che arricchiscono altri miti. E lo fa spesso con
animo leopardiano; non convinto che ci aspetti un luminoso destino.

Lo incontreremo il 28 agosto sul Tempio di Giove alle ore 21.00.

Abbiamo deciso di scrivergli una lettera aperta per invitarlo a raccontarci
dell’amicizia, delle emozioni e della capacità che hanno le storie di
generare la possibilità di un nuovo viaggio.)

Gentile Emanuele Trevi,

Ora che il Suo “io narrativo” si appresta a scalare Monte Sant'Angelo su
cui gli antichi abitanti di Terracina eressero un tempio a Giove Anxur, a
Giove senza barba, cioè a Giove bambino, ci vogliamo rendere conto del
perché gli uomini raccontino storie e continuino ad arricchirle nel tempo.
Storie come la vita di un dio bambino, oppure storie di un'amicizia
profonda con due giovani scrittori che ha attraversato la Sua vita, ma che
ora, raccontata per tutti, continua ad essere dolce per sé e diventa
significativa per tutti.

Noi conosciamo lo sconforto che ci prende e che prende anche il Suo “io
narrativo” di fronte alle vicende a volte inconcludenti, a volte dolorose


della vita. Fino a pensare che la letteratura non possa far altro che “dare
significato al fallimento”. E Lei lo dice molto bene in “Qualcosa di scritto”:
“Noi risaliamo continuamente il fiume dell’irreparabile con la vaga,
inconfessata speranza di scovare la regola e di scampare il pericolo”.

È vero che la vita può essere irreparabile e ingannevole. Ma ogni tanto
inaspettati doni ci vengono recapitati senza contropartite. Doni come
l’amicizia o la dolcezza della memoria o la purezza dell’infanzia o il dono
di raccontare magnifiche storie.

E così il nostro percorso si può trasformare in viaggio di iniziazione. Si può
venire al mondo un’altra volta. Rinascere a volte è indispensabile. E l’arte
spesso ne è lo strumento.

Si può iniziare un nuovo viaggio e ricucire le due parti del “Visconte
dimezzato” tenendo insieme la ragione e le emozioni.

Ogni storia che creiamo è il tentativo di dare significato alla nostra
esistenza. Noi siamo un “io che racconta” agli altri e a se stesso. Che
quando ha finito di raccontare, racconta di nuovo fino a identificarsi con
questa sua personale ricostruzione delle cose.

Il racconto della sua amicizia con Rocco e Pia è bello e malinconico.
Mentre rievoca le sue amicizie perdute Lei ripercorre emozioni profonde
e crea nuovi significati. E noi siamo coinvolti nei Suoi e nei nostri
significati.

Noi che leggiamo costruiamo e ricostruiamo significati importanti per noi
stessi e per la nostra storia. L’arte, tutte le arti compresa quella di
raccontare, crea un rapporto emotivo con lo spettatore/fruitore. In
qualche modo si stabilisce una sintonia emotiva fra l’opera d’arte e il suo
fruitore e questa sintonia diventa capacità di regolare le nostre emozioni
come la sintonia emotiva della mamma con il suo bambino è la base di
ogni regolazione emotiva.

È questa parte delle sue storie che ci interessa molto a noi che facciamo il
Festival delle emozioni. Ci interessa come le storie che racconta regolino i


percorsi della Sua vita e come pensa che quelle storie influenzeranno le
nostre emozioni e la nostra vita.

Ci dica dunque come la storia di Rocco e Pia, nel raccontarla, ha lenito il
dolore della loro perdita. E come le Sue storie daranno nuovi significati
alle nostre relazioni.

Un giorno il Suo treno si è fermato ai margini della palude mentre il Suo
“io narrativo” cercava un percorso per “la gioia perpetua”. Anche noi
siamo fermi e, oltre il promontorio del Circeo, vediamo la palude e siamo
in cerca di una condizione emozionale che ci guidi verso un appagamento
rigenerante o almeno verso una sostenibile malinconia.

Noi facciamo il Festival delle emozioni. E pensiamo di educare le emozioni
superando l'antico metodo platonico della frusta e del morso che l'auriga
fermo e pensoso usa con i cavalli imbizzarriti. Noi pensiamo di educare le
emozioni con le emozioni o almeno “anche” con le emozioni. Divenendo
consapevoli di ciò che avviene nel nostro corpo e nella nostra mente e
praticando l'arte che è comunicazione emotiva ed esplorazione emotiva
di sé.

Praticando l'arte scopriamo e confidiamo nelle nostre emozioni; ne
diventiamo compagni consapevoli e le dirigiamo al traguardo con
dolcezza come il fantino stimola il cavallo cavalcandolo e divenendo
tutt’uno con il suo corpo.

È questo il viaggio iniziatico che vogliamo intraprendere per avere il
diritto ad una nuova nascita che definisca l’adulto che saremo. Un adulto
che non scamperà il pericolo, ma potrà trovare o creare una regola.

Se può porti un mattone al nostro edificio che forse non potrà essere
della gioia perpetua, ma che ci potrà condurre ad un ragionevole e
compassionevole appagamento.

Ultimo aggiornamento

Mercoledi 22 Settembre 2021